Noé Jitrik, I lenti tram

p. 192 | 15 euro
traduzione: Marino Magliani
revisione: Alessandro Gianetti
con un saggio di Luigi Marfè
isbn 978-88-87670-84-4

Ne I lenti tram, Noé Jitrik «si concentra sulle abitudini della vita familiare, dapprima bozzolo protettivo in cui l’identità si forma, poi velo oppressivo da squarciare, perché l’io possa presentarsi libero all’incontro con il mondo». Nel rievocare i riti della vita quotidiana, sul cui sfondo è la città di Buenos Aires, il racconto, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, «si tuffa in uno spazio memoriale profondo, rivelando la continuità del tempo, riscattando l’ordinario, riscoprendolo come destino». I binari de I lenti tram «sono quelli del senso e del caso, che segnano la parabola di ogni esistenza, correndo paralleli, oppure incrociandosi, o anche allontanandosi per sempre». E come Borges, anche Jitrik «non sa staccarsi dalla contemplazione delle “cose che avrebbero potuto essere e non sono state”».

Noé Jitrik è tra i più noti scrittori e critici argentini. Ha insegnato letteratura all’università di Buenos Aires, pubblicando saggi di teoria e storia della letteratura. La sua produzione narrativa annovera testi raffinati, come i racconti di Fin del ritual (Fine del rito, 1981), i romanzi Limbo (Limbo, 1989) e Mares del sur (Mari del sud, 1997).
I lenti tram è il suo primo volume tradotto in Italia.

 

BRUNO MELLARINI, Tra spazio e paesaggio. Studi su Calvino, Biamonti, Del Giudice e Celati

p. 376 | 19 euro
isbn: 978-88-87670-82-0

Se è vero – come ha scritto Francesco Biamonti – che «è destino umano abitare un mondo», è altrettanto vero che le categorie di spazio e di paesaggio divengono i fondamentali strumenti ermeneutici per cogliere il senso della nostra posizione nel mondo, in una sorta di mapping infinito e inesauribile. Prendendo le mosse da una ricognizione filosofica dei concetti di spazio e paesaggio, visti e considerati dialetticamente, nelle loro reciproche implicazioni, nonché dalla rilettura di alcuni momenti chiave dell’opera di Calvino, si analizzano le forme della rappresentazione spaziale e paesaggistica in tre autori di “scuola” calviniana: Biamonti, Del Giudice e Celati. Emergono così approcci anche molto diversi, ma tutti in qualche misura accomunati dal riferimento a Calvino, la cui attività scrittoria si era svolta tra la gioiosa scoperta del paesaggio nativo e l’emergere, sulla scorta di un novecentesco spatial turn, di un interesse sempre più marcato ed esclusivo nei confronti della spazialità. Di qui le soluzioni, in parte divergenti, adottate dai tre scrittori: il paesaggismo modernamente aggiornato di Biamonti, che frantuma il paesaggio tradizionale restituendone echi e risonanze esistenziali; la rigorosa ricerca spaziale di Del Giudice, per il quale il paesaggio si riduce a pura archeologia, a inservibile reperto del passato; lo sguardo fenomenologico di Celati, l’autore che forse più di tutti cerca di rompere la dicotomia spazio/paesaggio per trovare nel concetto di luogo, inteso quale sintesi insolubile di spazio e tempo, un ancoraggio poetico ed esistenziale.

Bruno Mellarini (1968) docente e Dottore di ricerca in “Le Forme del Testo”, lavora attualmente presso il Dipartimento Istruzione e Cultura della Provincia autonoma di Trento. Ha pubblicato in volumi collettanei e nelle riviste «Studi novecenteschi», «Sinestesie online», «OBLIO» e «Ticontre. Teoria Testo Traduzione» numerosi articoli dedicati ad autori del secondo Novecento italiano, tra cui Calvino, Del Giudice, Lodoli, Mozzi, Sanvitale, Voghera e Volponi. Un suo contributo sulla poetica della memoria in Fausta Cialente compare nel volume Non dimenticarsi di Proust. Declinazioni di un mito nella cultura moderna (Firenze, University Press, 2014) curato da Anna Dolfi. Altri contributi, relativi alla didattica dell’Italiano, sono pubblicati nella rivista «RicercAzione». Vincitore nel 1997 di una borsa di studio offerta dal Centro Studi Buzzati di Feltre, nonché collaboratore della rivista «Studi buzzatiani» fin dal 1999, ha pubblicato il volume Il mito e l’altrove. Saggi buzzatiani (1999-2016), Fabrizio Serra, Pisa-Roma 2017.

Fabrizio Bajec, “Sogni e risvegli”

p. 96 | 12 euro
isbn: 9788887670813

In Sogni e risvegli agisce un’attrazione – maggiore che nei libri precedenti di Bajec – verso il dato culturale arcaico: l’autore vuol gettare un ponte tra sé e un passato remoto cui sente di appartenere. Allo stesso modo, l’assoluta prossimità di scrittura-azione e poesia-contemplazione è tesa a riversare il mondo infero delle pulsioni e degli affetti nella sfera superna della militanza politica; e viceversa. Come in un viaggio di andata e ritorno dall’abisso-corpo all’intelletto più luminoso, due lingue, due culture cercano insieme la quadratura del cerchio, nell’indispensabile esercizio di un’autotraduzione (o autoenunciazione) sempre interrogante e sottoposta a verifica.

solerti restarono in piedi
nella loro miseria belavano
contro la nebbia avvelenata
che il governo faceva piovere
sulle teste calde e canute
dei suoi sudditi ora insorti
dalle campagne e periferie
lungo le autostrade e rotatorie
riuniti intorno a un fuoco la notte

Fabrizio Bajec (1975), italo-francese, vive a Parigi e scrive nelle due lingue. È autore delle seguenti raccolte di versi: Corpo nemico (in «Ottavo quaderno di poesia italiana contemporanea», Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa, 2009), Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011), La cura (Fermenti, 2015), La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018). Alcuni in doppia versione e pubblicati in Belgio, Svizzera e Francia. Le sue poesie sono presenti in diverse antologie e riviste, tradotte in spagnolo, portoghese e svedese. Ha inoltre tradotto in italiano i versi del poeta belga William Cliff.

Antologia essenziale dei poeti del Belgio francofono

p. 176 | 15 euro | isbn 978-88-87670-65-3
a cura di Jean-Pierre Bertrand e Luciano Curreri
“Noi crediamo fermamente che un’antologia possa dirsi davvero tale quando abbandona un abbondante e spesso sterile affastellamento — ovvero una confusione di tanti dati simili e ripetitivi — e si rivolge a una forte, stringata selezione.
E siamo riusciti concretamente, attraverso un’esperienza condivisa, a selezionare ventuno testi, tra Waterloo (1835) di Joseph Grandgagnage, nato a Namur nel 1797, e Ce Monde (2015) di Jan Baetens, nato a Sint-Niklaas (tra Anversa e Gand) nel 1957, trovandoci di fronte a generazioni di autori che corrono per 160 anni e nutrono 180 anni di poesia, da cui discende anche il gioco del titolo in italiano e in francese: Antologia essenziale dei poeti del Belgio francofono. Un esperimento (1835-2015) / Anthologie essentielle de la poésie francophone de Belgique. Une expérience (1835-2015).”
 

Silvestro Neri, “Oltre la quarantena”

p. 88 | 10 euro
Silvestro Neri, medico di professione e poeta di vocazione, ha scritto Oltre la quarantena durante il confinamento che tutta l’Europa ha sofferto tra inverno e primavera 2020. La raccolta prende il suo titolo dal ‘periodo di segregazione e di osservazione al quale vengono sottoposte le persone in grado di trattenere o diffondere i germi di malattie infettive’. Ma questo libro è anche un canzoniere di oltre quaranta poemi, che ci pone in un tempo lento, che si è arrestato, e poi conduce all’improvviso a un tempo passato, a un tempo evocato; e al tempo più importante per l’autore: il momento futuro, che si traduce, alla luce delle sue parole, nel tempo del desiderio, nel tempo del viaggio. Oltre la quarantena racconta le piccole e le ripetute cose che fanno dell’uomo ancora l’uomo, gli atti semplici e quotidiani che colmano di vita il momento presente e ci salvano dalla noia e dall’inerzia; e nasce come atto di coraggio, rinascita e liberazione, perché la poesia ci salva, perché «servono per servire le parole / pure quelle in disuso appassite / come viole». (estratti dalla postfazione di Pedro J. Plaza González)
Silvestro Neri, da famiglia di origine calabrese, è nato a Roma nel 1951. Laureato in Medicina presso l’Università Cattolica, ha condiviso la professione di medico con la sua grande passione per la poesia. In campo letterario ha pubblicato Canti sospesi tra la terra e il cielo (Aión Edizioni, 2001), Versi moderni nell’antica Grecia (Arte più Arte Editrice, 2002), Alchimista (Lalli Editore, 2003), Grecia, poesia in due atti (Lalli Editore, 2007), Anemo e Caterina (Librare, 2010), Opera Nuova (Raffaelli Editore, 2015) e l’edizione bilingue dei Canti sospesi (Editorial Independiente, 2017, traduzione di Giovanni Caprara e Pedro J. Plaza González).

Giovanna Dal Bon, “La sola andata”

p. 160 | 12 euro
La sola andata segue ad alcuni anni di distanza il precedente Naufragi.
Colpisce sempre, nella poesia di Giovanna Dal Bon, la necessità della parola poetica. La sua è una scrittura che asciuga il verso, acumina la parola e, al tempo stesso, pronuncia con voce scandita. Non teme. E’ una voce che emerge dalla perdita, dal sommerso, dal «sotterraneo dell’esserci», e si porge al di fuori, a cercare, «decidere le distanze / quell’andare / quel venirsi incontro / (…) / indossare la voce adatta / prevenire il contraccolpo / tentare l’equilibrio della sola andata».

Intervista a Daniel Guebel

Marino Magliani, traduttore assieme a Riccardo Ferrazzi de L’uomo che inventava le città, intervista lo scrittore argentino Daniel Guebel. L’intervista è pubblicato su AltriAnimali.

http://www.altrianimali.it/2020/11/04/intervista-daniel-guebel-autore-de-luomo-inventava-le-citta/?fbclid=IwAR2RedO8Ab6Qt71iE9NcLQ-mEYJXIDjufkCBHp4vGrXd01c8eLlEFGzPiwc

L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia.
In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.

Daniel Guebel è nato nel 1956 a Buenos Aires, città dove ha sempre vissuto. È romanziere, autore teatrale, sceneggiatore e giornalista. Ha pubblicato più di venti libri, tra raccolte di racconti, romanzi e testi per il teatro. Il suo romanzo El absoluto si è aggiudicato il Premio Nacional de Literatura de Argentina, e El hijo judio il premio della critica della Feria Internacional del Libro. Cura seminari letterari. In Italia è stato pubblicato Carrera e Fracassi (Edizioni La Linea, 2012).

Questo libro è un libro morale e imperdonabile. Questo studio ruota attorno alla necessità radicale della poesia in quanto significato della vita. Queste pagine narrano l’esperienza di un critico che legge uno dei massimi poeti contemporanei, Giancarlo Pontiggia, per porre il nodo di una dilaniante questione: cos’è la poesia se non la coscienza del segreto della realtà? cosa sarebbe la nostra esistenza se la vita non fosse affidata al sogno, alla veglia, alla ragione febbricitante della conoscenza poetica?
Il saggio di Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario, è l’analisi perentoria di sole due poesie che, pure, vengono pensate come varco per ritrovare l’antico e il futuro della lingua, la pura scommessa della contemporaneità, la sua tenerezza e il suo ardore, le fonti vive di Lucrezio o di Epicuro, di Mallarmé e insieme del più inquieto oggi, come del pieno Novecento. La critica di Colasanti è una rapsodia o forse uno Stabat mater, per dichiarare, ancora una volta, che in questi anni di vuoto e di irrisione, in quest’epoca svilita dalla presunzione dell’invidia sociale e dalle ferite del narcisismo, ciò che solo conta, quello che è il ruolo stesso della poesia, è la sua capacità di senso, è la sua grande arte del volo oltre le ideologie, la mediocrità, le chiacchiere quotidiane. Lo statuto di imperdonabilità e di esperienza etica non è che la sua stessa esistenza politica: la fede nuda nella poesia contemporanea come ascia contro l’aridità del mondo.

leggi un estratto:

15 euro | marzo 2020 | p. 248 | Cuma