A volte, la pioggia sui vetri batte come un sussurro. A volte, il giorno si consuma lentamente come le candele sull’altare. Ovunque poi le nuvole, i noccioli del cielo che riaffiorano in onde di pupille, il sasso e l’oro, gli occhi negli occhi. Un poeta e un pittore ritrovano il tempo mai perso per ricordare. Scegliendo dal lavoro degli ultimi vent’anni, tracciano una personale antologia. Cosa resta e cosa c’è da fare? In quale mistero del futuro sarà ancora possibile proteggere il mistero che ci ha salvati? La fatica di costruire una casa nella casa, pezzo dopo pezzo, e farci sopra un tetto di luce: il coraggio di respirare. La poesia di Nicola Bultrini e i disegni di Elvio Chiricozzi sono ancora una forma di gioia, la tenerezza rabbrividita all’alba: quel sogno mai del tutto sognato che noi chiamiamo ancora la vita.
Nicola Bultrini ha pubblicato varie raccolte di versi, tra cui La coda dell’occhio (Marietti 2011), La specie dominante (Aragno 2014), Vetro (Interno Poesia 2022). È presente in diverse antologie di poesia, è autore di saggi di critica letteraria e scrive per “L’Osservatore Romano”.
Il 6 settembre 2025 alle ore 16.30 presso il Centro d’Arte e Cultura Il Brolo, a Mogliano Veneto, s’inaugura la mostra Verso la gloria. Giuseppe Berto, uno scrittore e il suo archivio, curata da Matteo Giancotti e Emilio Lippi. La mostra, promossa dall’Associazione Giuseppe Berto e dall’Archivio Scrittori Veneti (Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari), col patrocinio dell’Università di Padova e altri enti, espone per la prima volta al pubblico manoscritti, dattiloscritti con correzioni autografe, lettere, agende e ritagli di stampa, che permettono di osservare la vita e l’opera di Berto da una prospettiva inedita. Disponibile il catalogo, stampato da Amos Edizioni, con introduzione di E. Lippi e saggi di Diego Bottacin, Paola Culicelli, Domenico Scarpa, Saverio Vita e M. Giancotti. La mostra, ad accesso gratuito, è aperta fino al 9 novembre 2025 (venerdì h. 16-19; sabato e domenica h. 10.30-12.30 e 16-19. Per informazioni: assoberto@virgilio.it).
Nonostante sia un autore “fuori canone”, o forse proprio per questo, Giuseppe Berto è ancor oggi abbastanza letto e (sorprendentemente) molto studiato. Diverse ricerche, anche recenti, hanno indagato la sua vita e la sua opera in modo attento, ma i documenti dell’archivio personale, in gran parte inediti, di cui qui si pubblica una selezione, permettono di considerare sotto una luce diversa i successi e gli insuccessi, le ambizioni letterarie, le relazioni con gli altri autori (Bianciardi, Moravia, Parise, Zanzotto) e con gli editori (Einaudi, Garzanti, Rizzoli), la proverbiale e scontrosa schiettezza, l’onestà di Berto.
Nato come progetto complementare alla mostra di Mogliano Veneto sull’Archivio Berto (6 settembre – 9 novembre 2025), questo libro ne costituisce lo sviluppo: vengono infatti qui riprodotti, in un ampio album a colori, non solo i “pezzi” esposti in mostra, ma numerosi altri documenti, tutti corredati da spiegazioni e saggi che permetteranno anche ai meno esperti di addentrarsi in quella che possiamo considerare la storia “nascosta” di un autore importante quale è Berto.
Si tratta di documenti provenienti dall’archivio personale di Giuseppe Berto, ora conservato presso l’Archivio Scrittori Veneti «Cesare De Michelis», nel Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari (DiSLL) dell’Università di Padova, e gestito da un gruppo di docenti dell’Ateneo in collaborazione con la Biblioteca Beato Pellegrino.
Euro 35 | pagine 280
A cura di Matteo Giancotti e Emilio Lippi
Giuseppe Berto nasce a Mogliano Veneto (Treviso) nel 1914, da una famiglia di modeste condizioni. In gioventù aderisce al fascismo, trascorrendo molti anni in armi, lontano da casa (prima in Africa Orientale, poi in Africa Settentrionale), salvo che per gli intervalli dedicati agli studi universitari a Padova e a una breve esperienza di insegnamento. Prigioniero a Hereford, in Texas, dal 1943 al 1946, al ritorno in Italia esordisce con il romanzo Il cielo è rosso (1947), che ottiene grande successo. Seguono altri libri, con alterne fortune, prima de Il male oscuro (1964), grazie al quale vive una stagione addirittura trionfale. Risiede prevalentemente a Roma (dove muore nel 1978), passando lunghi periodi a Capo Vaticano (in Calabria) e a Cortina. Il suo ultimo libro pubblicato in vita è La gloria. Narratore, sceneggiatore, giornalista, saggista, Berto è stato un intellettuale esibizionista e defilato al tempo stesso, schietto anche a costo dell’autoboicottaggio. Suoi testi postumi (tra cui Colloqui col cane) sono stati pubblicati da Marsilio. Attualmente le opere di Berto sono edite da Neri Pozza.
In questo Diario d’Islanda, finora inedito in Italia, il viaggiatore si muove lungo i sentieri dell’isola come un lettore che sfoglia un libro: ogni roccia, cascata, valle, fattoria, torrente, tumulo, rimanda a un passaggio mentale, invisibile eppure presente. L’incontro con l’«isola pianeta», come l’avrebbe definita Giorgio Manganelli, fa di Morris uno skáld venuto da lontano, vale a dire un bardo che racconta seguendo il ritmo del viaggio, continuando incessante a gorgogliare storie, come i geyser incontrati lungo il tragitto. L’Islanda si offre allo sguardo di Morris con i tratti di un’avventura onirica.
Tutta l’opera di William Morris è stata tra le fonti più importanti del fantasy novecentesco, da C.S. Lewis a J.R.R. Tolkien. In particolare, il Diario d’Islanda sembra far capolino in molti rimandi intertestuali de Il signore degli anelli: questo itinerario in Islanda, per terre laviche e selvagge, fino ai crateri sulfurei, sembra anticipare il racconto del viaggio di Frodo. Il paesaggio dell’isola rivela ad ogni passo voci e storie delle antiche saghe.
Pittore, poeta e romanziere, tra le figure più rilevanti del XIX secolo inglese, WilliamMorris è noto soprattutto come fondatore e teorico del movimento Arts and Crafts, che ha profondamente influenzato il design contemporaneo. Ha tradotto in inglese molte saghe della tradizione nordica, con l’aiuto di Eiríkur Magnússon, ed è stato in Islanda nel 1871 e nel 1873. Il suo nome è legato a un impegno intellettuale che pensava l’arte in antitesi ai processi di alienazione della società industriale.
Demisec è un poetico brindisi alla vita, a metà tra l’amaro secco e il dolce. Questo libro raccoglie poesie intense di emanazione e di significato, versi testimoni di una vita piena, come di un incanto, di un canto d’amore che va oltre lo spazio e il tempo, per stabilire con forza la propria esistenza.
Pina Tucci (San Giorgio a Liri 1940 – Cassino 2023) è autrice di quattro raccolte di poesie: Piccola Vela Bianca, Sambucci, Cassino 1980; Quel Flusso Furtivo, Ciolfi Cassino 1981; Noctedie, Rotundo, Roma 1990 e Dionea, Roma 2003, pubblicato dalla Fondazione Antonio Pizzuto. Demisec è la sua quinta raccolta, una raccolta postuma.
Letteralmente raccoglie oltre cento percorsi di Rompianesi nella scrittura degli altri. Il suo sguardo e le sue parole vogliono indagare, conoscere il mondo letterario contemporaneo.
Come scrive Enea Biumi nella prefazione, ciò che muove Rompianesi è «il desiderio di un assoluto approfondimento secondo una sua idea di poetica, di certo non solo soggettiva, ma ponderata in contesti più ampi. La disamina di cui si avvale comprende le regole della retorica che offre al lettore l’intelligenza di ciò che sta scritto in un contesto di vera e propria critica letteraria, lontana però dal vuoto di una generica apologia del testo. I percorsi di scrittura di Rompianesi sono per evidenziare e non per elogiare, alieni da quella specie di captatio benevolentiae che spesso conduce un critico obnubilando la verità del contenuto e della forma. Ne scaturisce quindi una professionalità plasmata da un continuo studio e da una appartenenza seria e coerente al mondo della scrittura».
I viaggi dello zio Mario è la storia di un amore giovanile, mai dimenticato, che riappare all’improvviso, e inatteso, quando ormai la vita del protagonista volge al termine. Raccontata in modo chiaro e diretto, questa storia attraversa l’Italia da Napoli a Firenze, da Bologna a Milano, con un passaggio in Svizzera. Ma nasce tutto in Grecia, nell’isola di Santorini e lì ritorna.
La plaquette è stampata interamente a colori e contiene tre fotografie di Lorenzo de Nobili. La traduzione è a cura di Sebastiano Gatto. Con un testo di Paolo Collo. Pagine 72. Prezzo di copertina 14 euro.
Come uomo e come scrittore, Luigi Meneghello contava su due punti di forza irriducibili e complementari: il primo era la sua origine nella provincia vicentina, fondato sul senso profondo del comunicare in una comunità; il secondo era il cosmopolitismo, che nel vasto mondo lo metteva perfettamente a suo agio in ogni rapporto, contro ogni intralcio a un’immediata intesa con chiunque avesse a che fare, come semplice interlocutore, insegnante o autore di libri molto influenti. Il suo modo di sfruttare questi fondamenti era di ribaltarli costantemente l’uno nell’altro: «in Italia non ho avuto una vera esperienza di ambienti ‘provinciali’… non certo Malo, per me tra i luoghi meno provinciali del mondo. E meno che mai fuori d’Italia…, la città rossa in riva al Tamigi, il campus dell’Università». Fondamenti che gli valsero una posizione di alta responsabilità nel sistema accademico britannico, e un dialogo costante e appassionato con il pubblico dei lettori in patria, di cui questo libretto è un modestissimo vademecum.
Saggi contenuti nel volume:
Memorabili inizi
Le polarità virtuose
Libro come mondo: il modernismo di
Libera nos a malo
Intertestualità divertente
Intertextual Strategies
Il mitra e il veleno della verità
«Sémo inglesi»:
I piccoli maestri, ed. Feltrinelli, p. 76
Evaso dal Paese dei Balocchi
Quello scrittore internazional-popolare
Si può tradurre poesia in dialetto?
E Shakespeare, poi?
Le Carte. Vol. I: Anni Sessanta
Quale ruolo ha Meneghello nella cultura italiana di oggi?
Franco Marenco è professore emerito dell’Università di Torino. Ha pubblicato estesamente sul Cinquecento inglese, sulla letteratura di viaggio e sul Novecento inglese ed europeo, dirigendo due collane di libri di viaggio, I cento viaggi e Terre/Idee, e curando la Storia della civiltà letteraria inglese, 4 voll., UTET; le Introduzioni a Joseph Conrad, Opere, 2 voll., Mursia; Nuovo Mondo: gli inglesi, 1494-1640, Einaudi; Tutte le opere di William Shakespeare, 4 voll., Bompiani; Tutte le opere di Sir Philip Sidney, 4 voll. in corso di stampa, La Finestra. Sta lavorando a un’edizione di Tutte le opere di Christopher Marlowe per i Millenni di Mondadori.
Nel corso dei due convegni scientifici promossi dal Comune di Bellaria Igea Marina nel 2023-2024, di cui il presente volume raccoglie i contributi, sono emerse una situazione nuova e un’attenzione diversamente intensa. Occorre oltrepassare il mito di Panzini come “caso” letterario e confrontarsi direttamente con la sua scrittura, con le sue edizioni. La presenza all’interno della Biblioteca Civica di Bellaria Igea Marina di nuove e ingenti accessioni bibliografiche e di un inventario finalmente disponibile delle carte Panzini, rende ora possibile un progetto di Edizione Nazionale delle Opere che, per la complessità dell’oggetto di indagine, è designato a smuovere le acque, attivando ricerche inedite e suscitando angolazioni storico-critiche alternative, e pertanto destinato a rappresentare un punto di riferimento ad ampio spettro per gli studi otto-novecenteschi nel loro insieme.
Saggi presenti nel volume:
Paolo Ruffilli: Panzini e l’umorismo
Filippo La Porta: «Ah, tant’un brav’uomo».Alfredo Panzini e Renato Serra
Bruno Mellarini: Panzini: finzioni del Risorgimento
Caudio Monti: Genesi e travagli de La vera istoria dei Tre Colori
Cristina Benussi: La dedica ad Aldo Mayer del romanzo
Alessandro Agnoletti: Il viaggio di un povero letterato attraverso il fascismo.Alfredo Panzini collaboratore di “Gerarchia” (1923-29)
Italo Calvino non ha creduto mai al genere letterario in se stesso, come formula fissa e sempre efficace, bensì esclusivamente al “progetto”; ugualmente ha disprezzato gli stereotipi linguistici a favore della costruzione espressiva in ogni suo punto impeccabile: tra estetica e scientificità. Coerenza, sistematicità, semanticità, sono questi per Calvino i contrassegni di qualità peculiari di un edificio letterario che sappia aprire le proprie finestre veramente all’esterno di se stesso, destinandosi al lettore e al mondo. I saggi raccolti nel presente volume esplorano aspetti meno scontati del profilo di Calvino e la sua disponibilità a riscrivere forme, idee e discussioni, con attenzione alla società in movimento e alle oscillazioni del gusto.
Il volume, a cura di Alessandro Scarsellacontiene i seguenti saggi:
Introduzione di Alessandro Scarsella: Italo Calvino e le arti (… e le scienze)
Rosita Tordi Castria: I capitani di Conrad di Italo Calvino e L’eroe virile di Alberto Asor Rosa
Giorgio Rimondi: Lo sguardo, l’ascolto: Calvino e la popular music
Stefano Pifferi: Calvino e il fumetto.Dalla ‘teoria sul’ alla ‘persistenza nel’
Paolo Cerutti: Donne, desiderio, racconto. Le figure femminili dalle Cosmicomiche alle Città invisibili
Claudio Pasi: Calvino e Ponge nel mare dell’oggettività
Fernando Pessoa scrive Messaggio tra il 1913 e il 1934, anno di pubblicazione del poema. Morirà l’anno seguente, il 30 novembre del 1935.
Per oltre vent’anni, scrive, riscrive, corregge, cancella e in parte pubblica, le quarantaquattro poesie che compongono questo libro: unico testo in portoghese pubblicato dall’autore ancora in vita.
Al contempo epico e poetico, Messaggio evoca quei personaggi che hanno contribuito alla nascita e al consolidarsi dello sterminato impero portoghese: dal mitico Ulisse, l’eroe omerico che secondo la leggenda fondò Lisbona, al re Don Sebastião – il louco, il re pazzo – che, in seguito alla sconfitta subita in Africa e alla scomparsa del suo corpo, diede origine al mito del “sebastianismo” che vedeva nel suo ritorno la rinascita del Portogallo e la creazione del Quinto Impero.
Fernando Pessoa è stato uno dei grandi poeti del Novecento.
Paolo Collo ha tradotto per Einaudi l’edizione critica del Libro dell’inquietudine. Con Amos Edizioni ha pubblicato il saggio Il mio nome è Legione. Fernando Pessoa e gli Altri.
Il mio nome è Legione vuole essere un contributo alla lettura del poeta portoghese Fernando Pessoa e far conoscere alcuni dei suoi tantissimi eteronimi. E’ una sorta di visita guidata all’interno della sua “mostruosa” produzione.
«Direi che tutto accadde indipendentemente da me» (Fernando Pessoa)
Paolo Collo lavora su Fernando Pessoa da oltre vent’anni. Nel 2012 è uscita da Einaudi la sua traduzione dell’edizione critica del Libro dell’inquietudine. Con l’editore Passigli ha poi curato la pubblicazione di diversi volumi tra le più importanti opere del poeta portoghese e dei suoi eteronimi. Nel 2011, sempre presso Passigli, è uscito il suo romanzo Il passato è una curiosa creatura.
Questo libro raccoglie l’opera poetica completa di uno dei più importanti scrittori spagnoli contemporanei.Include il libro Memoria della neve, che avevamo pubblicato nel 2003 e che presto divenne esaurito.
“Tutto quello che ho scritto e scriverò nella mia vita è nel primo verso del mio primo libro di poesia:«La nostra quiete è dolce e blu e torturata a quest’ora. / Tutto è lento come il passaggio di un bue sulla neve».Julio Llamazares
Julio Llamazares, scrittore tra i più importanti della letteratura spagnola contemporanea, è nato nel 1955 a Vegamián (León), paese ora scomparso sotto un lago artificiale. La sua opera abbraccia molti generi letterari: poesia, romanzo, libro di viaggio, saggio narrativo. In italiano sono stati tradotti anche La pioggia gialla (Einaudi, 1995, Passigli, 2009, ora Il Saggiatore), Trás-os-montes (Feltrinelli, 1999), Luna da lupi (Passigli, 2008), A metà di nessuna parte (Passigli, 2008). Le lacrime di San Lorenzo (Codice Edizioni, 2015) e Diversi modi di guardare l’acqua (il Saggiatore, 2024).
Amos Edizioni ha pubblicato anche il romanzo Il funerale di Genarin.
La caccia è un romanzo avvincente ambientato nel paesaggio delle Dolomiti. La caccia è un gesto violento. La capacità di procurare il dolore si mostra assoluta: finisce per indurirsi “in una corazza impenetrabile”. La paura si ripiega fin sotto le pieghe di una riflessione lacerante sul perché dover essere una preda: intanto una specie di animale sconosciuto respira dentro le parole del libro. La narrazione di questo straordinario esordiotraccia con decisione qualcosa che forse non è nemmeno più l’orrore, ma una materia emotiva oscura e cieca: si direbbe la certezza che dovunque scorra l’ombra dell’impossibilità, la risposta inevasa, il sentimento di una notte che cala come una montagna d’inverno dentro l’anima delle cose.
Francesco Tavani è nato a New York City nel 1995. Ha un dottorato in chimica e ama le escursioni sulle Alpi. La caccia è il suo primo romanzo.
pagine 292 | euro 20 | collana UNICA | copertina di Giuseppe Salvatori / collana diretta da Arnaldo Colasanti | isbn 978-88-87670-99-8
Si dice che per avere più conoscenza, occorre essere liberi e che questo imponga la più grande solitudine. Questo libro narra la storia di un destino amaro, quello di uno scrittore che aveva tutto e che forse fu costretto a cedere ogni talento, morendo solo, in miseria, nella distrazione del mondo. Franco Montesanti, romano, nato nel 1943 e morto nel 2016, è il maestro, l’amico caro e segreto della vita di Filippo La Porta. Questo libro vale una promessa mantenuta.
Filippo La Porta è critico e saggista. Scrive regolarmente su “Repubblica”. Insegna alla Scuola Holden e in altre scuole di scrittura. Delle sue innumerevoli pubblicazioni citiamo l’ultima: La impossibile cura della vita. Tre medici-scrittori: Cechov, Céline, Carlo Levi (Castelvecchi, 2021).
pagine 72 | euro 12 | collana UNICA | copertina di Giuseppe Salvatori / collana diretta da Arnaldo Colasanti
Attraverso un’unica immagine, ossessionante, lancinante, quella che coglie l’istante preciso in cui Monet entra nel suo atelier, ho cercato di raffigurare gli ultimi anni della vita di Monet. È lì, dentro al grande atelier di Giverny in cui ha dipinto le Ninfee, che si sente al sicuro dalle minacce del mondo esterno, dalla guerra che rimbomba nei dintorni di Giverny, dalla vecchiaia che si avvicina, dalla vista che diminuisce inesorabilmente. È lì, all’ombra della morte, che inizierà l’ultimo corpo a corpo decisivo con la pittura. È lì, nel corso di dieci anni, dal 1916 al 1926, che Monet perseguirà instancabilmente l’incompletezza delle Ninfee, continuando a ritoccarle, a perfezionarle.
Jean-Philippe Toussaint
Jean-Philippe Toussaint, nato a Bruxelles nel 1957, è considerato uno dei più importanti scrittori di lingua francese. I suoi libri in Francia sono usciti per le prestigiose Editions de Minuit, la casa editrice di Beckett e del nouveau roman. In Italia sono stati pubblicati da Guanda, Einaudi, Nottetempo, Fandango e Clichy.
Nel 2005 Amos Edizioni ha pubblicato in anteprima mondiale il libro Mes bureaux. Luoghi dove scrivo; nel 2021, in una nuova traduzione, La stanza da bagno e nel 2022 La chiave USB.
pagine 48 | euro 10 | collana Calibano | traduzione di Roberto Ferrucci
Scrive Andrea Caterini nella postfazione: Da una parte due vecchie che vivono insieme. La bisbetica Vittoria, 96 anni, due più della cognata Cesarina, che è pazza e non parla quasi più. Tutti i giorni si ripetono uguali, nell’attesa che qualcuno – il figlio di Vittoria, oppure il marito di Cesarina – si sieda a mangiare con loro su quella tavola. Dall’altra parte c’è Corrado, un ragazzo che fa il cassiere in un supermercato, ma crede di appartenere al cielo; è come se fosse trasparente, inesistente, ma diventa alla fine qualcuno sulla terra. Francesca Ricchi gioca con i generi letterari. Prima fa credere che siamo in presenza di un romanzo gotico, di una favola nera, poi scopriamo di essere dentro una parabola mascherata in leggenda. E ci insegna che la realtà è solo quella che accetta di accogliere anche l’imponderabile, l’universo enigmatico della poesia.
Francesca Ricchi è nata Bologna, vive a Roma. Ha pubblicato libri di poesia (Carri di visioni, Interno Libri, 2022) e romanzi, tra cui L’incanto dei morti (Emersioni, 2019, Finalista Premio Internazionale del Mediterraneo – Fondazione Carical. Sezione Narrativa (2020). Ha vinto il Premio Internazionale Minturnae (2021) e il Premio Internazionale Pushkin (2021.
Come scrive Giovanna Dal Bon nella postfazione, Gli affetti del giovane Berg è un continuo affidarsi alla scrittura nel tentativo di dire quello che non può e non deve farsi racconto, che non conosce il balsamo consolatorio del narrare letterario. Michele Toniolo si affida all’unico strumento che gli è urgente e necessario: la parola. Quella nuda, scarna, la sempre inadeguata ad esprimere il senza ritorno. Parola che non cerca conforto, né può offrire asilo. In questo testo, il narratore inventa l’incontro con un giovane di nome Berg e lo accusa, lo interroga sulla fine della madre, su che cosa significhi vivere. E la scrittura non può che assottigliarsi, alla fine cedere allo spazio bianco della pagina. Con una domanda finale che emerge, a sovvertire un estremo brandello di senso: “Ti hanno dato alla vita, Berg, e tu non l’hai data a nessuno. Il tuo è stato un vivere scorsoio?”.
Michele Toniolo ha pubblicato Passaggio sul Rodano e La solitudine dell’immaginazione, entrambi con Galaad Edizioni.
Se lavori alla Commissione europea in una unità di previsione interessata alle tecnologie future e alle questioni di sicurezza informatica, come ti senti quando vieni avvicinato dai lobbisti? Cosa succede quando, in una chiave USB non destinata a te, scopri documenti che ti fanno sospettare l’esistenza di una backdoor in una macchina prodotta da un’azienda cinese? Non sei tentato di lasciare il tuo ufficio a Bruxelles e andare a vedere di persona, in Cina, sul campo? Cosa accade quando arrivi? E perché nessuno deve sapere dove sei?
Postfazione dI ANTONIO MORESCO | Collana diretta da Arnaldo Colasanti | Progetto grafico di Giuseppe Salvatori
Come scrive Antonio Moresco nella postfazione, Sergio Nelli ha scritto un libro «incantevole. Il suo libro più ispirato, la sua autoelegia. Un libro senza pudori esistenziali e sentimentali, confessionale, commosso e lirico, pieno di bellezza e di strazio, a metà strada tra poesia e pensiero, come tutti i suoi libri, ma qui in modo ancora più vivido e concentrato perché si tratta di un libro scritto al cospetto della morte. è un libro pieno di radicale vicinanza alla vita e alle sue più intime manifestazioni naturali e corporee e nello stesso tempo attraversato da un superiore e spinoziano distacco. In questo piccolo grande libro Sergio Nelli ci insegna la cosa più importante: come si fa a morire, e quindi come si fa a vivere».
Il filosofo russo Vladimir Kantor mette a confronto l’anima russa e l’anima europea. Partendo dall’Inferno di Dante, si muove nel tema del peccato e del pentimento, della morte dopo la vita e della morte in vita. Molti universi attraversano questo saggio: Balzac e Dostoevskij, Pietro il Grande e Lenin, Puškin e Gogol’, Platone e Freud, Cristo e la libertà.
A sorprendere il lettore, pagina dopo pagina, è lo sguardo nuovo con cui la scrittura di Jean-Philippe Toussaint racconta gli oggetti, le abitudini, i sentimenti. “La stanza da bagno” è un successo internazionale ed è stato tradotto in più di trenta lingue.
“Nuovi dialoghi sulla poesia (2015-2020)” raccoglie alcune delle più significative interviste che Giancarlo Pontiggia ha rilasciato durante e dopo la stesura finale e la stampa di Il moto delle cose (Mondadori, 2017), consegnandoci un ritratto a tutto tondo della sua visione umana, intellettuale e poetica.
L’intervista è un genere che spesso nella modernità ha incontrato il favore dei poeti, come scrive Stefano Verdino nell’introduzione. E la ragione che giustifica questa connessione tra un genere di conversazione ed il mondo all’apparenza esclusivo della poesia e del poeta è proprio questo equilibrio e richiamo tra forme opposte, tra la forma della poesia, sigillata nella perfezione delle sue misure di spazio, ritmo, pensiero e l’apertura dialogica illimitata dell’intervista, che diventa così un primo atto ermeneutico. Nuovi dialoghi sulla poesia (2015-2020) raccoglie alcune delle più significative interviste che Giancarlo Pontiggia ha rilasciato durante e dopo la stesura finale e la stampa di Il moto delle cose (Mondadori, 2017), consegnandoci un ritratto a tutto tondo della sua visione umana, intellettuale e poetica.
La poesia non è emozione, ma un’esperienza in cui si fondono moti di pensiero, percezioni di vita quotidiana, echi di dottrine, sogni, visioni. Tutto questo in una lingua che deve affondare nell’elementare ruvidezza del parlato e insieme distanziarsene.
Si scrive nel silenzio, cercando un ideale incontro di verità esistenziale e di sapienza letteraria, di intuizione fantastica e di pensiero argomentato, di libertà e di necessità, di intensità analogica e di severità del cuore, di tempo umano e di tempo cosmico. Quel che accade, se accade, lo chiamiamo poesia.
Vladimir Kantor è considerato uno dei più importanti filosofi al mondo.
In questo suo secondo saggio pubblicato in Italia, Kantor va alle radici del rapporto della Russia con l’Occidente.
Dostoevskij è uno scrittore di frontiera. I suoi personaggi sono legati alla fanghiglia e alla nebbia di Pietroburgo. E anche Pietroburgo, la città più importante della cultura russa, è frontiera, sia in senso geografico e orizzontale, sia in senso verticale: per Dostoevskij è il luogo della lotta del diavolo con Dio. In Dostoevskij in dialogo con l’Occidente, il filosofo russo Vladimir Kantor mette a confronto l’anima russa e l’anima europea. Partendo dall’Inferno di Dante, si muove nel tema del peccato e del pentimento, della morte dopo la vita e della morte in vita. Molti universi, grandi e piccoli, persone reali e persone immaginarie, attraversano le pagine di questo saggio come luci gialle nella nebbia di Pietroburgo, città fantastica e del sogno: Papà Goriot di Balzac, Delitto e Castigo, Memorie da una casa di morti e Bobòk di Dostoevskij, Pietro il Grande e Lenin, Puškin e Gogol’, Marmeladov e Vautrin, Raskol’nikov e Rastignac, Platone e Freud, Zweig e Camus, Amleto e le streghe di Macbeth, Cristo e la libertà. Dante pensava che sulla terra ci fossero i vivi, ma che i peggiori di loro potessero già subire il tormento dell’inferno; in Russia, Dostoevskij vedeva un nuovo tipo di esseri umani, vivi e morti contemporaneamente. Se l’eroe di Balzac vuole assoggettare il mondo, l’eroe di Dostoevskij lo vuole superare: Rastignac cerca il proprio tornaconto, Raskol’nikov – con l’accetta – cerca la giustizia. Là dove la vita ha perso il suo significato più alto, la persona umana precipita nella corruzione. In questo saggio dal ritmo incalzante, Vladimir Kantor racconta una disgregazione dell’anima che la storia ha dimostrato essere terribile come l’inferno.
Il protagonista di questo romanzo, fra poco ventinovenne, che ama l’immobilità, la stasi, la pigrizia, decide di installarsi nella stanza da bagno di un appartamento di Parigi. Poi, improvvisamente, prende un treno e approda a Venezia, per restare quasi tutto il tempo in una minuscola camera d’albergo a giocare a freccette. A sorprendere il lettore, pagina dopo pagina, è lo sguardo nuovo con cui la scrittura di Jean-Philippe Toussaint racconta gli oggetti, le abitudini, i sentimenti.
La stanza da bagno è un successo internazionale ed è stato tradotto in più di trenta lingue.
p. 192 | 15 euro traduzione: Marino Magliani revisione: Alessandro Gianetti con un saggio di Luigi Marfè isbn 978-88-87670-84-4
Ne I lenti tram, Noé Jitrik «si concentra sulle abitudini della vita familiare, dapprima bozzolo protettivo in cui l’identità si forma, poi velo oppressivo da squarciare, perché l’io possa presentarsi libero all’incontro con il mondo». Nel rievocare i riti della vita quotidiana, sul cui sfondo è la città di Buenos Aires, il racconto, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, «si tuffa in uno spazio memoriale profondo, rivelando la continuità del tempo, riscattando l’ordinario, riscoprendolo come destino». I binari de I lenti tram «sono quelli del senso e del caso, che segnano la parabola di ogni esistenza, correndo paralleli, oppure incrociandosi, o anche allontanandosi per sempre». E come Borges, anche Jitrik «non sa staccarsi dalla contemplazione delle “cose che avrebbero potuto essere e non sono state”».
Noé Jitrik è tra i più noti scrittori e critici argentini. Ha insegnato letteratura all’università di Buenos Aires, pubblicando saggi di teoria e storia della letteratura. La sua produzione narrativa annovera testi raffinati, come i racconti di Fin del ritual (Fine del rito, 1981), i romanzi Limbo (Limbo, 1989) e Mares del sur (Mari del sud, 1997). I lenti tram è il suo primo volume tradotto in Italia.
Se è vero – come ha scritto Francesco Biamonti – che «è destino umano abitare un mondo», è altrettanto vero che le categorie di spazio e di paesaggio divengono i fondamentali strumenti ermeneutici per cogliere il senso della nostra posizione nel mondo, in una sorta di mapping infinito e inesauribile. Prendendo le mosse da una ricognizione filosofica dei concetti di spazio e paesaggio, visti e considerati dialetticamente, nelle loro reciproche implicazioni, nonché dalla rilettura di alcuni momenti chiave dell’opera di Calvino, si analizzano le forme della rappresentazione spaziale e paesaggistica in tre autori di “scuola” calviniana: Biamonti, Del Giudice e Celati. Emergono così approcci anche molto diversi, ma tutti in qualche misura accomunati dal riferimento a Calvino, la cui attività scrittoria si era svolta tra la gioiosa scoperta del paesaggio nativo e l’emergere, sulla scorta di un novecentesco spatial turn, di un interesse sempre più marcato ed esclusivo nei confronti della spazialità. Di qui le soluzioni, in parte divergenti, adottate dai tre scrittori: il paesaggismo modernamente aggiornato di Biamonti, che frantuma il paesaggio tradizionale restituendone echi e risonanze esistenziali; la rigorosa ricerca spaziale di Del Giudice, per il quale il paesaggio si riduce a pura archeologia, a inservibile reperto del passato; lo sguardo fenomenologico di Celati, l’autore che forse più di tutti cerca di rompere la dicotomia spazio/paesaggio per trovare nel concetto di luogo, inteso quale sintesi insolubile di spazio e tempo, un ancoraggio poetico ed esistenziale.
Bruno Mellarini (1968) docente e Dottore di ricerca in “Le Forme del Testo”, lavora attualmente presso il Dipartimento Istruzione e Cultura della Provincia autonoma di Trento. Ha pubblicato in volumi collettanei e nelle riviste «Studi novecenteschi», «Sinestesie online», «OBLIO» e «Ticontre. Teoria Testo Traduzione» numerosi articoli dedicati ad autori del secondo Novecento italiano, tra cui Calvino, Del Giudice, Lodoli, Mozzi, Sanvitale, Voghera e Volponi. Un suo contributo sulla poetica della memoria in Fausta Cialente compare nel volume Non dimenticarsi di Proust. Declinazioni di un mito nella cultura moderna (Firenze, University Press, 2014) curato da Anna Dolfi. Altri contributi, relativi alla didattica dell’Italiano, sono pubblicati nella rivista «RicercAzione». Vincitore nel 1997 di una borsa di studio offerta dal Centro Studi Buzzati di Feltre, nonché collaboratore della rivista «Studi buzzatiani» fin dal 1999, ha pubblicato il volume Il mito e l’altrove. Saggi buzzatiani (1999-2016), Fabrizio Serra, Pisa-Roma 2017.
In Sogni e risvegli agisce un’attrazione – maggiore che nei libri precedenti di Bajec – verso il dato culturale arcaico: l’autore vuol gettare un ponte tra sé e un passato remoto cui sente di appartenere. Allo stesso modo, l’assoluta prossimità di scrittura-azione e poesia-contemplazione è tesa a riversare il mondo infero delle pulsioni e degli affetti nella sfera superna della militanza politica; e viceversa. Come in un viaggio di andata e ritorno dall’abisso-corpo all’intelletto più luminoso, due lingue, due culture cercano insieme la quadratura del cerchio, nell’indispensabile esercizio di un’autotraduzione (o autoenunciazione) sempre interrogante e sottoposta a verifica.
solerti restarono in piedi nella loro miseria belavano contro la nebbia avvelenata che il governo faceva piovere sulle teste calde e canute dei suoi sudditi ora insorti dalle campagne e periferie lungo le autostrade e rotatorie riuniti intorno a un fuoco la notte
Fabrizio Bajec (1975), italo-francese, vive a Parigi e scrive nelle due lingue. È autore delle seguenti raccolte di versi: Corpo nemico (in «Ottavo quaderno di poesia italiana contemporanea», Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa, 2009), Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011), La cura (Fermenti, 2015), La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018). Alcuni in doppia versione e pubblicati in Belgio, Svizzera e Francia. Le sue poesie sono presenti in diverse antologie e riviste, tradotte in spagnolo, portoghese e svedese. Ha inoltre tradotto in italiano i versi del poeta belga William Cliff.
Silvestro Neri, medico di professione e poeta di vocazione, ha scritto Oltre la quarantena durante il confinamento che tutta l’Europa ha sofferto tra inverno e primavera 2020. La raccolta prende il suo titolo dal ‘periodo di segregazione e di osservazione al quale vengono sottoposte le persone in grado di trattenere o diffondere i germi di malattie infettive’. Ma questo libro è anche un canzoniere di oltre quaranta poemi, che ci pone in un tempo lento, che si è arrestato, e poi conduce all’improvviso a un tempo passato, a un tempo evocato; e al tempo più importante per l’autore: il momento futuro, che si traduce, alla luce delle sue parole, nel tempo del desiderio, nel tempo del viaggio. Oltre la quarantena racconta le piccole e le ripetute cose che fanno dell’uomo ancora l’uomo, gli atti semplici e quotidiani che colmano di vita il momento presente e ci salvano dalla noia e dall’inerzia; e nasce come atto di coraggio, rinascita e liberazione, perché la poesia ci salva, perché «servono per servire le parole / pure quelle in disuso appassite / come viole». (estratti dalla postfazione di Pedro J. Plaza González)
Silvestro Neri, da famiglia di origine calabrese, è nato a Roma nel 1951. Laureato in Medicina presso l’Università Cattolica, ha condiviso la professione di medico con la sua grande passione per la poesia. In campo letterario ha pubblicato Canti sospesi tra la terra e il cielo (Aión Edizioni, 2001), Versi moderni nell’antica Grecia (Arte più Arte Editrice, 2002), Alchimista (Lalli Editore, 2003), Grecia, poesia in due atti (Lalli Editore, 2007), Anemo e Caterina (Librare, 2010), Opera Nuova (Raffaelli Editore, 2015) e l’edizione bilingue dei Canti sospesi (Editorial Independiente, 2017, traduzione di Giovanni Caprara e Pedro J. Plaza González).
La sola andata segue ad alcuni anni di distanza il precedente Naufragi. Colpisce sempre, nella poesia di Giovanna Dal Bon, la necessità della parola poetica. La sua è una scrittura che asciuga il verso, acumina la parola e, al tempo stesso, pronuncia con voce scandita. Non teme. E’ una voce che emerge dalla perdita, dal sommerso, dal «sotterraneo dell’esserci», e si porge al di fuori, a cercare, «decidere le distanze / quell’andare / quel venirsi incontro / (…) / indossare la voce adatta / prevenire il contraccolpo / tentare l’equilibrio della sola andata».
Marino Magliani, traduttore assieme a Riccardo Ferrazzi de L’uomo che inventava le città, intervista lo scrittore argentino Daniel Guebel. L’intervista è pubblicato su AltriAnimali.
L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia. In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.
Daniel Guebel è nato nel 1956 a Buenos Aires, città dove ha sempre vissuto. È romanziere, autore teatrale, sceneggiatore e giornalista. Ha pubblicato più di venti libri, tra raccolte di racconti, romanzi e testi per il teatro. Il suo romanzo El absoluto si è aggiudicato il Premio Nacional de Literatura de Argentina, e El hijo judio il premio della critica della Feria Internacional del Libro. Cura seminari letterari. In Italia è stato pubblicato Carrera e Fracassi (Edizioni La Linea, 2012).
José Jiménez Lozano, il grande scrittore spagnolo, si è spento pochi giorni fa nella sua casa di Valladolid. Lo ricordiamo qui con un estratto dal libro “I quaderni di Rembrandt”. E’ stato un grande piacere e un onore per Amos Edizioni conoscerlo e pubblicarlo.
Questo libro è un libro morale e imperdonabile. Questo studio ruota attorno alla necessità radicale della poesia in quanto significato della vita. Queste pagine narrano l’esperienza di un critico che legge uno dei massimi poeti contemporanei, Giancarlo Pontiggia, per porre il nodo di una dilaniante questione: cos’è la poesia se non la coscienza del segreto della realtà? cosa sarebbe la nostra esistenza se la vita non fosse affidata al sogno, alla veglia, alla ragione febbricitante della conoscenza poetica? Il saggio di Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario, è l’analisi perentoria di sole due poesie che, pure, vengono pensate come varco per ritrovare l’antico e il futuro della lingua, la pura scommessa della contemporaneità, la sua tenerezza e il suo ardore, le fonti vive di Lucrezio o di Epicuro, di Mallarmé e insieme del più inquieto oggi, come del pieno Novecento. La critica di Colasanti è una rapsodia o forse uno Stabat mater, per dichiarare, ancora una volta, che in questi anni di vuoto e di irrisione, in quest’epoca svilita dalla presunzione dell’invidia sociale e dalle ferite del narcisismo, ciò che solo conta, quello che è il ruolo stesso della poesia, è la sua capacità di senso, è la sua grande arte del volo oltre le ideologie, la mediocrità, le chiacchiere quotidiane. Lo statuto di imperdonabilità e di esperienza etica non è che la sua stessa esistenza politica: la fede nuda nella poesia contemporanea come ascia contro l’aridità del mondo.
Un bambino di 11 anni in un collegio sul Lago Maggiore. L’ambiente è ostile, i ragazzi vengono picchiati, costretti a diete surreali ed esperimenti medici. Considerato un caso clinico, per lui l’unica resistenza possibile è rifugiarsi in un mondo fantastico. Il racconto s’intreccia, in un continuo scorrere avanti e indietro nel tempo (alla Tarkovskij), con i ricordi d’infanzia e la giovinezza tra Friuli e Liguria, Venezia, l’amore di un gatto. Fino all’enigmatico finale.
«Invece di giocare a pallone con gli altri bambini, suo figlio disegna foglie. Preferisce un mondo immaginario a quello reale, non gli piace stare con gli altri. Suo figlio sogna ad occhi aperti, ha troppa immaginazione. Abbiamo scoperto che scrive poesie, questo non è normale. Se un bambino di 11 anni invece di giocare a pallone scrive poesie vuol dire che è malato».
L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia. In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.