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L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia.
In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.

12 euro  |  pp. 96  |  febbraio 2020  |  Highway 61  |  traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani  |  copertina di Lorenzo De Nobili

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Fra il sonno, che è riposo e rifugio, e la veglia, tempo di scelte e di attese, Il scappamorte nasce sulla soglia, quell’indiscreto affiorare dell’inconscio che permette a realtà e visione onirica di fondersi. Mentre gli altri, i vicini, vivono di giorno la loro vita di «doppioni», Scappamorte è creatura della notte: in essa si raccoglie, a essa si confida, scopre che la verità è una mente incerta. Villalta ci ricorda che tutto entra ed esce dal tempo, «tutto / passa di vita in morte in vita in un istante».

collana A27 poesia | 12 euro | settembre 2019

Un paese di soli guardiani capovolge la distopia in utopia. E ciò per il tramite di un’ambivalenza: guardiano vale ‘aguzzino’, ‘sbirro’, ma anche ‘custode’, ‘scorta’. Come Porfirij Petrovič: il giudice istruttore di Delitto e castigo tiene l’omicida in continuo stato di allarme, ma prova per lui una simpatia autentica. Indagatore d’anime a sua volta, Marco Villa matura nel libro l’esperienza del distacco («discrezione», la chiamerebbe Pierre Zaoui): quanto di più chiuso e deleterio sussiste nell’amor proprio è lasciato infine cadere, per avvicinare l’altro. Incrinato, fessurato, aperto, chi dice io stabilisce un contatto che predispone a un incorporamento: nel confronto, nella messa in comune delle nostre vite si fonda allora la possibilità di una liberazione.

collana A27 poesia | 12 euro | settembre 2019

Giuseppe giace al fondo della cisterna come in un regressus ad uterum. Chiamate le ginocchia al petto, disteso su un fianco, il figlio più amato di Giacobbe è colto da indefiniti terrori e sogni di fuga (vi si accampano con sicuro effetto i migranti di oggi): sono le visioni e divinazioni per cui il faraone lo richiede del suo aiuto. Ne Il sogno di Giuseppe il significato manifesto è plausibile, ma rimanda ad altro: allegoria vivissima, con i colori e i tratti dell’umano più vero, Giuseppe media tra il singolo che ha un’origine e una storia, e la categoria che tutti i singoli, tutti noi (migranti e non) comprende e spiega.

A27 poesia | 12 euro | aprile 2019