Intervista a Daniel Guebel

Marino Magliani, traduttore assieme a Riccardo Ferrazzi de L’uomo che inventava le città, intervista lo scrittore argentino Daniel Guebel. L’intervista è pubblicato su AltriAnimali.

http://www.altrianimali.it/2020/11/04/intervista-daniel-guebel-autore-de-luomo-inventava-le-citta/?fbclid=IwAR2RedO8Ab6Qt71iE9NcLQ-mEYJXIDjufkCBHp4vGrXd01c8eLlEFGzPiwc

L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia.
In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.

Daniel Guebel è nato nel 1956 a Buenos Aires, città dove ha sempre vissuto. È romanziere, autore teatrale, sceneggiatore e giornalista. Ha pubblicato più di venti libri, tra raccolte di racconti, romanzi e testi per il teatro. Il suo romanzo El absoluto si è aggiudicato il Premio Nacional de Literatura de Argentina, e El hijo judio il premio della critica della Feria Internacional del Libro. Cura seminari letterari. In Italia è stato pubblicato Carrera e Fracassi (Edizioni La Linea, 2012).

Questo libro è un libro morale e imperdonabile. Questo studio ruota attorno alla necessità radicale della poesia in quanto significato della vita. Queste pagine narrano l’esperienza di un critico che legge uno dei massimi poeti contemporanei, Giancarlo Pontiggia, per porre il nodo di una dilaniante questione: cos’è la poesia se non la coscienza del segreto della realtà? cosa sarebbe la nostra esistenza se la vita non fosse affidata al sogno, alla veglia, alla ragione febbricitante della conoscenza poetica?
Il saggio di Arnaldo Colasanti, scrittore e critico letterario, è l’analisi perentoria di sole due poesie che, pure, vengono pensate come varco per ritrovare l’antico e il futuro della lingua, la pura scommessa della contemporaneità, la sua tenerezza e il suo ardore, le fonti vive di Lucrezio o di Epicuro, di Mallarmé e insieme del più inquieto oggi, come del pieno Novecento. La critica di Colasanti è una rapsodia o forse uno Stabat mater, per dichiarare, ancora una volta, che in questi anni di vuoto e di irrisione, in quest’epoca svilita dalla presunzione dell’invidia sociale e dalle ferite del narcisismo, ciò che solo conta, quello che è il ruolo stesso della poesia, è la sua capacità di senso, è la sua grande arte del volo oltre le ideologie, la mediocrità, le chiacchiere quotidiane. Lo statuto di imperdonabilità e di esperienza etica non è che la sua stessa esistenza politica: la fede nuda nella poesia contemporanea come ascia contro l’aridità del mondo.

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15 euro | marzo 2020 | p. 248 | Cuma

Un bambino di 11 anni in un collegio sul Lago Maggiore. L’ambiente è ostile, i ragazzi vengono picchiati, costretti a diete surreali ed esperimenti medici. Considerato un caso clinico, per lui l’unica resistenza possibile è rifugiarsi in un mondo fantastico. Il racconto s’intreccia, in un continuo scorrere avanti e indietro nel tempo (alla Tarkovskij), con i ricordi d’infanzia e la giovinezza tra Friuli e Liguria, Venezia, l’amore di un gatto. Fino all’enigmatico finale.

«Invece di giocare a pallone con gli altri bambini, suo figlio disegna foglie. Preferisce un mondo immaginario a quello reale, non gli piace stare con gli altri. Suo figlio sogna ad occhi aperti, ha troppa immaginazione. Abbiamo scoperto che scrive poesie, questo non è normale. Se un bambino di 11 anni invece di giocare a pallone scrive poesie vuol dire che è malato».

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10 euro  |  pp. 112 |  marzo 2020  |  Mercanti nel tempio 

L’uomo che inventava le città è il racconto della vita straordinaria di Rafael Zarlanga, artista argentino al quale un giorno Juan Domingo Perón, l’ex presidente in esilio, chiede di progettare un’intera metropoli, la “città utopica peronista”. Il progetto, al quale il committente non dà vere e proprie linee guida, smarrisce presto ogni limite: cerca uno spazio insospettato, moltiplica la tipologia del materiale, si allarga all’incommensurabile, imprigiona Zarlanga che finisce per vivere dentro i modelli di cartone o legno che realizzano in tre dimensioni le forme e le idee inconciliabili della città e dell’utopia.
In questo racconto lungo, che ricorda Borges, Kafka e Calvino, Guebel avvicina, come scrive Luigi Marfè nella postfazione, “la prospettiva dell’artista a quella del rivoluzionario: l’ossessione per la forma perfetta del primo è altrettanto demonica, totalitaria, fallimentare del sogno di società ideale cui l’altro pretende di dare realtà con la sua rivolta”.

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12 euro  |  pp. 96  |  febbraio 2020  |  Highway 61  |  traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani  |  copertina di Lorenzo De Nobili